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La rivoluzione digitale cambia il paradigma sociale

La riforma digitale e l’innovazione diventano fondamentali in conseguenza del Coronavirus perché consente di comprendere con maggiore precisione quanto sia importante il digitale per continuare a produrre (imprese con lavoro in smart working), conoscere (scuola con didattica a distanza), vivere (piattaforme digitali dove vedere intrattenimento), consumare (APP per acquistare) senza essere costretti di uscire di casa. La sfida culturale del XXI secolo è il cambio di paradigma economico e sociale che la popolazione deve iniziare a conoscere e gestire nel quotidiano. La nuova società sarà composta di piattaforme digitali ed è utile comprendere le particolarità. L’urgenza di ripensare a una nuova modalità di vivere il quotidiano si trasforma in un’esigenza a cui dobbiamo dare la priorità assoluta. Cambiano le scelte dei consumi, cambiano le occasioni di vita, cambiano le modalità di formazione, cambiano gli stili di vita dei lavoratori. Dobbiamo essere preparati a questa trasformazione che porterà un significativo cambiamento delle scelte di vita delle persone. La rivoluzione digitale deve essere realizzata velocemente se non vogliamo assistere passivi a un’altra spiacevole situazione di emergenza come quella del Coronavirus.

La nostra vita sociale

La globalizzazione è stata l’inizio di una nuova stagione economica imponendo scambi commerciali vantaggiosi, con l’ineluttabile conseguenza di spostamenti frequenti verso altri Paesi, per siglare accordi commerciali e partnership strategiche. La nostra vita lavorativa è composta maggiormente di relazioni sociali che aumentano le occasioni di contagio, se parliamo di una maggiore diffusione del virus oppure delle malattie in senso più generale. Conviene ricordare la SARS (Severe Acute Respiratory Syndrome) che ha rappresentato la prima minaccia globale del XXI secolo. «Comparsa nella provincia cinese meridionale del Guangdong negli ultimi mesi del 2002, la SARS approdava – come si legge in un documento dell’Istituto Superiore di Sanità – in un secondo momento a Hong Kong e Hanoi, provocando improvvisi focolai epidemici. Tra il 12 e il 15 marzo 2003, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), per la prima volta nella sua storia, ha lanciato un allarme mondiale, raccomandando di rimandare i viaggi provenienti da aree affette o verso le aree infette. Il 21 marzo 2014 il Ministero della Salute della Guinea notifica all’Organizzazione Mondiale della Sanità un focolaio in rapida evoluzione di febbre emorragica da virus Ebola – si legge ancora nel documento dell’Istituto Superiore di Sanità – in aree boschive del sud-est della Guinea. La prima allerta del Ministero è del 26 marzo 2014. Diventerà la più ampia epidemia di Ebola nella storia della malattia. Il Ministero della salute ordina dettagliate disposizioni per il rafforzamento delle misure di sorveglianza nei punti di ingresso internazionali, porti e aeroporti, presieduti dagli uffici di sanità marittima, aerea e di frontiera, cosiddetti USMAF, subito dopo la comunicazione ufficiale all’OMS dell’epidemia in Guinea».

La sovranità delle persone

John Stuart Mill scriveva che l’uomo è sovrano su se stesso, sul proprio corpo e sulla propria mente. Tutto è incentrato sul problema della salvaguardia dell’individuo, il nostro tempo si interroga sui limiti; la ricerca scientifica migliora la qualità di vita dell’uomo, delinea un cammino composto di conquiste verso la cura delle malattie più insidiose, cerca i presupposti per insegnare alla popolazione come curarsi e come concepire la propria salute. Il digitale propone nuove modalità di vita e consente di migliorare la qualità dell’esistenza. Il protagonista della scena è sempre la persona, come sosteneva Adriano Olivetti, il quale deve essere consapevole di adottare determinate scelte. Prepariamo il cambiamento seguendo quotidianamente le correzioni opportune, per essere ben sintonizzati con le nuove sfide del XXI secolo dettate dal digitale, dalla tecnologia e dall’innovazione. L’architettura dovrà ripensare un’altra tipologia di abitazione perché quando arriverà la modalità smart working serviranno abitazioni sufficientemente grandi nelle quali ospitare in una stanza un figlio che segue le lezioni con la didattica a distanza, due stanze per i genitori (meglio se separate per non influenzare il lavoro dell’altro) che lavoreranno in modalità smart working. Ripensare a un’architettura al passo con i tempi del XXI secolo è una decisione da prevedere nel breve periodo, al fine di evitare che la società abbia problemi abitativi con l’introduzione dello smart working e della didattica a distanza. Questa quarta rivoluzione industriale non avverrà fra dieci anni ma nell’arco di soltanto 24 mesi dove sarà necessario, alla luce della situazione allarmante dovuta al Coronavirus, cambiare modalità di lavoro e di formazione, per evitare che altre emergenze possano bloccare un Paese azzerando la produzione industriale, culturale, sociale che significa cancellare la stessa esistenza di una nazione.

La nuova architettura

«La situazione sociale ed economica di questo momento storico – commenta Stefano Pediconi, architetto specializzato nell’hospitality – è sicuramente inaspettata e straordinaria. Nelle condizioni come queste possiamo affermare che mai espressione più adatta di “far di necessità virtù”: la flessibilità è l’arma vincente che può permettere ad un momento di difficoltà di trasformarsi in opportunità. Ed ecco che, compatibilmente con le possibilità che offre ogni singolo lavoro, gran parte delle persone è riuscita ad organizzarsi con lo smart working e con altre forme di telelavoro da casa. Ovviamente, la maggior parte delle nostre case non sono pensate per lo smart working e ci troviamo, spesso, ad adattarci a spazi generalmente utilizzati per altre funzioni come il soggiorno di casa o anche la cucina, serviti da una buona connessione wireless. Ma se lo smart working rappresentasse il futuro di molti lavori le nostre abitazioni andrebbero ripensate? Ritengo che non sia tanto importante dover avere case più grandi, quanto necessario ricavare degli spazi dedicati al proprio lavoro. Una cosa buona è che rispetto ad una volta, le nostre case sono sfruttate al 100%: il “salotto buono” di casa della mia bisnonna, in cui non si entrava mai salvo rare occasioni di festa, non esiste più da un po’ di tempo. La flessibilità degli spazi è la chiave di volta per vivere appieno la propria casa. Con lo smart working questa flessibilità deve essere portata ai massimi termini. E anche se i vari negozi dedicati all’arredamento ci hanno abituato ad acquistare arredi standard in virtù di un risparmio economico, mettendo sul tavolo qualche buona idea è possibile anche sviluppare interessanti soluzioni che permettano la migliore fruibilità degli spazi, a seconda della funzione che si deve svolgere al momento. Sottolineo, però, l’importanza di avere uno spazio in cui lasciare fuori il resto, al fine di poter svolgere il proprio lavoro senza distrazioni e nel migliore dei modi. L’adattabilità di un’abitazione dipende da questo: è possibile lavorare comodamente e in maniera concreta nello spazio che posso ricavarmi? È la risposta a questa domanda a determinare la necessità o meno di avere uno studio dedicato e, quindi, di spazio aggiuntivo rispetto a quello della propria casa (senza entrare nel merito della capacità personale di ognuno di rimanere effettivamente concentrato fuori da un ufficio). C’è in gioco la qualità dell’impegno che, anche se con lo smart working perde il suo legame con il tempo trascorso a lavorare, resta comunque legato agli obiettivi da raggiungere».

Francesco Fravolini

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