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Smart working, il Coronavirus favorisce le nuove frontiere del lavoro

Il Coronavirus riesce a stravolgere velocemente il paradigma del lavoro proponendo le nuove frontiere dell’occupazione denominate smart working. È una parola impegnativa per le imprese, spesso pronunciata e raramente condivisa, sperimentata, approvata nella nuova organizzazione imprenditoriale. Smart working (fonte Wikipedia: «Una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato stabilita mediante accordo tra le parti, anche con forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi e senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro, con il possibile utilizzo di strumenti tecnologici per lo svolgimento dell’attività lavorativa») aumenta l’efficienza produttiva perché consente di lavorare da casa, senza essere costretti a recarsi presso gli uffici dell’impresa. Dovevamo attendere il Coronavirus per rinnovare il processo produttivo delle imprese? Quali provvedimenti adotterà la Pubblica amministrazione? Purtroppo l’innovazione è ancora una semplice parola che non riesce a rivoluzionare le realtà imprenditoriali.

Il valore aggiunto

I lavoratori sono più produttivi e meno affaticati se possono lavorare da casa. Altri Paesi adottano la potenzialità del web per aumentare l’efficienza lavorativa e incidere positivamente sulla produttività. È sufficiente pensare ai professori delle Università del Regno Unito che correggono i compiti agli studenti nella modalità online, assicurando una risposta immediata in merito all’elaborato realizzato. Il forte ritardo dell’Italia preoccupa per le mancate occasioni di innovazione che renderebbero più efficiente e sicuramente più coinvolgente il lavoro. È una possibilità del digitale che non riusciamo a sfruttare nella sua straordinaria ricchezza. Non possiamo tralasciare anche un altro fattore positivo legato squisitamente all’ambiente: meno lavoratori usano l’automobile oppure i mezzi di trasporto, minore sarà l’impatto ambientale.

Il commento degli specialisti del settore

È utile leggere le riflessioni sulla potenzialità dello smart working di due autorevoli personalità del settore.

(Fonte Wikipedia) Mariano Corso, Responsabile scientifico dell’Osservatorio Smart Working, Politecnico di Milano: «Smart Working significa ripensare il telelavoro in un’ottica più intelligente, mettere in discussione i tradizionali vincoli legati a luogo e orario lasciando alle persone maggiore autonomia nel definire le modalità di lavoro a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati. Autonomia, ma anche flessibilità, responsabilizzazione, valorizzazione dei talenti e fiducia diventano i principi chiave di questo nuovo approccio».

(Fonte Wikipedia) Chartered Institute of Personnel and Development: «Lo Smart Working è un approccio all’organizzazione del lavoro finalizzato a guidare una migliore efficacia ed efficienza nel raggiungimento degli obiettivi attraverso la combinazione di flessibilità, autonomia e collaborazione, puntando sull’ottimizzazione degli strumenti e delle tecnologie e garantendo ambienti di lavoro funzionali ai lavoratori».

Rivoluzione digitale

Conviene ricordare che la rivoluzione digitale nelle imprese muove i primi passi nel lontano 2008 quando diventa necessario iniziare un percorso virtuoso per eliminare la gestione cartacea nelle comunicazioni e nei documenti a valore legale. È proprio questo l’obiettivo del decreto legge “Anti-crisi” (Decreto Legislativo 185/2008, convertito con legge 2/2009). Per quanto riguarda la normativa su libri e registri, il Codice dell’Amministrazione Digitale già prevedeva la possibilità di tenere questi documenti in formato elettronico. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze aveva emanato un decreto nel quale si indicava come dovesse essere assolto il pagamento dell’imposta di bollo per quei documenti in formato elettronico ancora sottoposti a tale adempimento. Pur rimanendo alcuni dubbi sulle tempistiche per il pagamento di questa imposta, che rimane posticipata per la tenuta cartacea ma è anticipata in caso di tenuta informatica, ciò non aveva impedito a molte aziende di scegliere da tempo per la formazione informatica di documenti come il libro giornale, il libro degli inventari e di tutte le altre scritture non soggette a vidimazione preventiva obbligatoria, con evidenti e rilevanti risparmi di tempo, impegno di personale e materiale. Tuttavia, restava ancora lo scoglio dei libri per i quali la vidimazione è obbligatoria. Se molte delle caratteristiche di un libro cartaceo possono essere tranquillamente trasferite in un documento informatico, c’è una oggettiva impossibilità di vidimare un documento informatico che chiaramente, all’atto della vidimazione, ancora non esiste.

Il ritardo nelle imprese

Dopo 12 anni (legge del 2008) la situazione economica e organizzativa delle imprese è cambiata lentamente, tuttavia non si palesa una rivoluzione digitale in grado di stravolgere il mondo della produzione, compreso il lavoro svolto in modalità smart working. Siamo ancora lontani da quella che potremmo definire la trasformazione epocale dei sistemi organizzativi di un’impresa; il XXI secolo deve assecondare l’affermazione del digitale con una trasformazione graduale ma costante verso l’uso sempre più ricorrente della tecnologia. La forte accelerazione per la tecnologia sta avvenendo in questi anni e la fotografia realizzata dal Censis mette in evidenza gli investimenti delle imprese anche se la rivoluzione digitale inizia, come già ricordato, nel 2008. C’è ancora tanta strada da fare.

I dati Censis sull’affermazione del digitale

«Nel 2018 il 56,4% delle imprese italiane – si legge nel 53° Rapporto sulla situazione sociale del Paese 2019 a cura del Censis – ha dichiarato di aver effettuato investimenti per adottare sistemi di sicurezza informatica. Il dato appare più significativo fra le imprese manifatturiere (58,8%) rispetto a quelle terziarie (54,7%) e, in particolare, quello delle imprese a maggiore dimensione rispetto a quello delle più piccole (rispettivamente l’86,6% con almeno 50 dipendenti e il 49,5% con meno di dieci dipendenti). Le imprese manifatturiere si presentano più orientate a investire nel digitale in tutte le categorie delle tecnologie adottate, a eccezione della categoria “internet ad alta velocità, cloud, mobile, big data, che vede un maggiore impegno nel terziario (54,2% contro il 53,6% delle manifatturiere). In generale la distanza fra i due macrosettori appare contenuta ma ciò che emerge è una chiara propensione delle imprese italiane a vedere nel digitale e nell’innovazione di processo e di prodotto, che il digitale sta spingendo, una leva fondamentale per garantire alle imprese spazi di crescita e di miglioramento dell’efficienza e dell’efficacia della propria azione imprenditoriale».

Francesco Fravolini

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